Leweb 3: chi tocca la massa muore

Nella testa, una volta sgombrata del sonno accumulato nella lunga trasferta parigina, permane comunque la sensazione di aver presenziato a qualcosa di memorabile, senza riuscire a focalizzare cosa ci sia da memorare: sono mancati quasi del tutto contenuti innovativi, idee folgoranti o tecnologie in nuce che testimoniassero d’un movimento colto nel suo farsi, e non già irrigidito in una forma autocelebrativa.
Chiaro, il movimento comincia ad avere un mercato importante. Quindi, ognuno tiene per se’ i piccoli brandelli di evoluzione possibile che riesce a cogliere, con la speranza di sfruttarli commercialmente.

Condividi et impera

Questo è il primo punto: l’elìte di operatori che ha fatto della condivisione il motore della sua scalata non sembra condividere più alcunché, se non in termini di partnership commerciale. Per sentire solo nominare i Microformat, che saranno sicuramente tra i protagonisti dell’anno venturo, c’è stato bisogno di una domanda dal pubblico. Seppellito definitivamente il termine Ajax (per altri versi giustamente), del tutto assente dalle discussioni. Nessun accenno a prossime sfide, dal web office all’estensione delle rich application con modalità offline e streaming, tanto per dire.

Al diminuire dei contenuti condivisi, si è invece proporzionalmente affinata la capacità di comunicazione dei soggetti sul palco. Nella saletta superiore ho assistito a una manifesta vulnerabilità emotiva di gran parte degli start-up boys (si fa per dire, c’erano anche cinquantenni teutonici). Con la notevole eccezione dei nostri Nicola Mattina (con il promettente PassPack) e Luca Mearelli (quasi provocatorio per quell’uditorio un “gestionale Web 2.0″). I relatori del palco grande hanno invece sfoggiato in blocco doti apparentemente naturali di intrattenimento, frutto di quella necessaria metamorfosi antropologica che trasforma l’Homo Faber in puro Frontman, una volta raggiunta una massa critica di relazioni commerciali.

Don’t make me think

Di fatto, è stato il concept che ha regolato il tono di tutti gli interventi della conferenza, dalla quale è stata bandita ogni forma di complessità o rilievo tecnico. Non credo Steve Krug pensasse a questo contesto di applicazione. Tutto torna invece se si ipotizza che gli organizzatori abbiano concepito questo evento come prova generale per la massa “mainstream” di una possibile gratuita Fiera del Nouveau Web che il prossimo anno potrebbe subentrare. Peccato solo che nell’operazione la crema del web europeo (ma non solo) sia stata silentemente trasformata in una massa di figuranti per l’evento futuro, a cui ovviamente non parteciperanno (difficile fregarli due volte di seguito).
Ho sentito molte voci lamentarsi di alcune delle più caratteristiche espressioni del “bubble thinking” viste a Parigi, sui palchi e fuori: l’applicazione che…

  • deve essere descrivibile in quaranta parole (in sala start-up una delle giudici simulava perfino emicranie alla minima apertura di parentesi nelle presentazioni)
  • serve esclusivamente a gestire ottimistiche tonnellate del famigerato UGC
  • deve avere per nome una “six letters word” da emergenza logopedistica
  • deve essere costruita in maniera “usa e getta” manipolando in modo non scalabile librerie preesistenti (in fondo non deve poter funzionare che fino a quando non viene venduta o venturcapitalizzata).

Ma soprattutto la madre di tutte le boiate: che il successo sia esclusivamente dell’IDEA, e non di COME viene realizzata. Che ha per corollario l’inutilità di provare a sviluppare un prodotto migliore di uno esistente, per quanto approssimativamente questo sia stato realizzato. Come se non fossero esistiti motori di ricerca prima di Google, o siti di news tecnologiche prima di Techcrunch!
Chi porta avanti questo movimento, in qualsiasi buzzword consista il suo credo, dovrà trovarsi altri posti per elaborarlo. Non qui, non più.

Mainstream Invaders

Non si tenta impunemente di aprire un varco in un livello superiore di penetrazione della comunicazione: se non sai esattamente cosa contiene, rischi che ti cada addosso di tutto. Le Meur ci ha provato, ma è un neofita politico. Si può anche supporre (volendo chiudere un occhio e mezzo) che fosse in buona fede, visto che nelle mail inviate ai candidati li invitava a presenziare a una conferenza dichiaratamente internazionale, con la scusa della nuova dimensione dell’evento conferita dall’improvvisa calata di Sharon (a proposito, discorso da Nobel, sospeso a tre metri da terra).
Gli invasori se ne sono abbondantemente fregati: avrebbero potuto facilmente volgere in trionfo la scorribanda, semplicemente abbassandosi a interagire con la platea internazionale, spiegando come la loro Francia eventuale potrebbe diventare il paradiso europeo per investitori e web entusiasti. Si poteva fare facilmente. Sarebbe anche nella tradizione cosmopolita francese, e confacente all’Esprit de Grandeur. Invece, discorso elettorale ai francesi in elettoralese francese. Senza contraddittorio, neanche finto. Senza neanche crederci un minimo.
Le Meur ha convinto Sarkozy che questa nicchia di blogger aspirava a diventare massa (e quindi massa critica per le presidenziali), lui è venuto e l’ha calpestata nel tentativo d’appropriarsene. Con il suo ridicolo competitor scudocrociato caduto nello stesso tranello.

Si è parlato, la sera, inter nos, afflitti da tremende Carlsberg ma molto allegri e volitivi, di come agire qui in Italia per far penetrare questo movimento in una dimensione di massa. La parabola di Leweb3 non è in questo caso un modello da imitare, a mio parere, ma invece un monito da tenere a mente: non si entra in una dimensione di massa se non si fanno prima gli anticorpi a quello che di peggio (in genere è la politica) in quella dimensione si può ricevere. Si teme sempre, a ragione, che la politica a lungo andare possa distruggere tutto. A qualcuno stavolta è bastato provare ad aprire la finestra per essere travolti dall’uragano.

4 commenti su “Leweb 3: chi tocca la massa muore

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