La letteratura combinatoria

Macrocombinatoria

13 novembre 2009

L’insieme delle pratiche microcombinatorie ha un evidente valore di repertorio archetipico delle azioni praticabili non solo sugli elementi primi del linguaggio, ma su ogni immaginabile sistema di elementi. Cosa impedisce allora di pensare la combinatoria su una scala più grande, fino a concepire il cosmo stesso come sistema globale risultante dalla manipolazione di un ristretto numero di elementi primi? Prima ancora che la scienza sperimentale possa usufruire degli strumenti che rintracceranno gli elementi costitutivi del mondo nel puro ambito chimico-fisico, questa concezione viene fatta propria da una corrente filosofica macrocombinatoria[1] che produce ambiziosi tentativi di dimostrare la combinatorietà dell’esistente; poiché ripercorrere a ritroso il processo che presiede alla costituzione degli enti e dei concetti equivale a ricercare le meccaniche dell’originario movimento di combinazione, cioè svelare i segreti della creazione, l’ambizione combinatoria è trasportata ipso facto nel campo teologico della ricerca di quelle nozioni ineffabili che costituiscono l’alfabeto del pensiero divino[2]; almeno fino a quando la combinatoria leibniziana non rinuncerà ad inseguire una sempre più sfuggente ipotetica struttura del reale, svoltando in direzione di un sistema astratto che già prefigura la moderna logica formale: la storia della combinatoria è fatta coincidere spesso con la preistoria di questi sistemi, poiché utilizza dei simboli convenzionali a cui associa serie diverse di concetti, combinabili in base a regole di derivazione formalizzate.

Ma poiché tali sistemi di regole sono applicati su lettere, è evidente che essi possono essere interpretati come una sintassi, che articola elementi primari, cioè caratterizzati dalla non ambiguità, al contrario della caotica sovrapposizione semantica delle parole disponibili nelle lingue naturali: da qui l’interesse che la combinatoria riveste anche nel campo della ricerca d’una lingua perfetta, come mostrato da Umberto Eco che vi si sofferma ampiamente[3].

Come sarà impiegato il nostro termine in questo diverso paesaggio? La molteplicità che ormai siamo abituati ad attribuirgli si articolerà qui su tre differenti livelli: 1) Un’accezione generale che individua la combinatoria come la disponibilità “astratta” d’uno strumento di organizzazione formale delle relazioni tra concetti o tra esistenti; 2) Per traslazione metonimica si può parlare di combinatoria al riguardo di ogni sua diversa attualizzazione, ogni singolo tentativo storicamente realizzato (o prefigurato) di concepire un sistema filosofico organico che dia concretezza alla potenzialità combinatoria; 3) L’insieme di tutte queste diverse forme di attuazione, nelle versioni realizzate come in quelle possibili.

Naturalmente l’ambizione della combinatoria universale si costruisce su un doppio movimento: un’indagine analitica che scomponga a volontà tutto ciò che cade sotto i suoi occhi, per provvedere ad una serie fondamentale di concetti non più scomponibili, le carte che Dio aveva in mano per giocare alla creazione; ed una conseguente teoria di composizione di questi elementi primi, che sveli la tattica di gioco del creatore, rendendo conto altresì dei collegamenti che esistono nelle cose per derivazione da carte comuni. Nasce da quest’ultimo punto il collegamento costante della combinatoria con la tematica e lo sviluppo storico dell’enciclopedismo: la possibilità di seguire passo dopo passo la germinazione di un concetto da un altro è condizione primaria dell’ordinamento del sapere, agevolato quindi dall’adesione ad un sistema filosofico combinatorio.

La fascinazione intermittente di questi progetti, che hanno una matrice riconosciuta nell’Ars magna di Raimondo Lullo (XIII sec.), si sposa con un’ostilità più persistente che stigmatizzava le maestose costruzioni lulliane per l’incongruità ed arbitrarietà delle sue liste di principi e regole di composizione: lo stesso fascino che ancor oggi emanano sugli studiosi è in gran parte effetto della loro artificiosità, del carattere preistorico che attribuiamo allo stato di conoscenze del mondo che ne è espressione. Ma bizzarria e artificiosità erano i caratteri che identificavano anche la microcombinatoria; vediamo allora che rapporto può intercorrere tra queste differenti inconcepibilità delle due forme combinatorie.

Il movimento compositivo dei procedimenti della poesis artificiosa transita su un sistema strutturato di elementi perfettamente conosciuto, il linguaggio, flettendone le leggi alla produzione dell’inaudito; la combinatoria universale attua invece una strategia decompositiva che parte da ciò che è conosciuto, riconoscendolo come combinazione scomponibile di elementi primi, procedendo velleitariamente all’indietro verso un elenco di tali concetti la cui arbitrarietà lo rende risibile. I due movimenti combinatori sono dunque opposti, ma la loro bizzarria è sempre localizzabile nel loro punto d’arrivo[4]; nel primo caso, la composizione artificiosa è tale perché dilata eccessivamente le potenzialità combinatorie degli elementi di partenza, tradizionalmente ristrette ad un numero di possibilità codificate dalle discipline linguistiche e poetiche; nel secondo caso la combinatoria universale risulta artificiosa perché contrae eccessivamente l’esistente in una lista gravemente approssimata per difetto: il contenuto utopico dei progetti macrocombinatori consiste nell’inconcepibile eccessività del rapporto di concentrazione che stabiliscono fra gli elementi originali ed il cosmo; i sistemi che costituiscono sono ingegnosi quanto ingenui nella considerazione della loro portata, l’arbitrarietà delle classificazioni è fenomeno così evidente da essere facilmente trasfigurato in parodia[5].

La simmetria risulta solo lievemente imperfetta perché la minuziosa codificazione a cui si oppongono le produzioni microcombinatorie non ha un corrispettivo nella elencazione degli elementi primi dell’esistente: a questi elenchi si oppone inizialmente solo un senso informale di inadeguatezza, e solo in età contemporanea le metodologie di carattere strutturalista si avviano a concepire in maniera scientifica la mappatura di questi elementi, una codificazione in qualche modo equivalente a quella della produzione linguistica[6]. Naturalmente la simmetria può essere ristabilita se si riconosce il carattere “primo” della codificazione linguistica, come ricerca degli strumenti per iniziare la marcia di avvicinamento verso quel termine “ultimo” della conoscenza costituito appunto dalla descrizione esatta del funzionamento dell’universo e dei rapporti di composizione tra i concetti atti a descriverlo. L’inversione dei rapporti tra le due combinatorie è suggellato così dalla posizione estrema dei sistemi che vi si oppongono sulla linea dello sviluppo della conoscenza.

Se il caos dell’esistente è riportabile ad una lista di elementi e ad alcune regole di composizione tra essi, questa operazione di concentrazione del sapere manifesta una stretta parentela con i sistemi mnemotecnici, a cui questa forma compattata di conoscenza risulta sommamente utile, come ha mostrato Paolo Rossi nel disegnare una storia congiunta tra le due discipline, riferite entrambe al terzo lato dell’enciclopedismo[7].


[1] In questa sede «macrocombinatoria» e «combinatoria» risulteranno sinonimi, poiché il prefisso «macro» ha la sola funzione di distinguerla dai fenomeni precedentemente trattati.

[2] L’idea di questo movimento regresso della combinatoria discende dal Liber de ascensu et descensu intellectus (1304) di Raimondo Lullo, in cui è espressa una dottrina cosmologica, poi ripresa da Cusano, che intreccia la combinatoria con il tema della descrizione della complicata scala degli esseri.

[3] Cfr. Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, op. cit.

[4] Apparentemente l’elenco delle nozioni prime non è il punto d’arrivo che si prefigge la macrocombinatoria, perché ad esso viene fatta seguire l’indicazione delle regole di combinazione di questi elementi, un viaggio di ritorno verso i concetti composti da cui si era partiti; ma questa seconda parte dovrebbe semplicemente mostrare come si è giunti al risultato della prima, non comporta alcuno studio supplementare, si presume che ripercorra solo i sentieri già battuti all’andata; a meno che, come immancabilmente è stato, l’elenco non sia affatto derivato dall’analisi sistematica ma da una assunzione a priori di elementi rimaneggiati dalla moltitudine di elenchi simili rintracciabili nelle diverse tradizioni teologiche, in primo luogo da quella scolastica.

[5] Lo spunto parodistico più citato (Foucault lo pone ad origine del suo Le parole e le cose) è quello dell’«enciclopedia cinese» riportata da Borges: «Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in (a) appartenenti all’Imperatore, (b) imbalsamati, (c) ammaestrati, (d) lattonzoli, (e) sirene, (f) favolosi, (g) cani randagi, (h) inclusi in questa classificazione, (i) che s’agitano come pazzi, (j) innumerevoli, (k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, (l) eccetera, (m) che hanno rotto il vaso, (n) che da lontano sembrano mosche» (Jorge Luis Borges, L’idioma analitico di John Wilkins, in Altre inquisizioni, in Tutte le opere, vol. I, Milano, Einaudi, 1994, pp. 1004-5).

[6] «La sistemica strutturale diventa una versione ipermoderna dell’antico sogno della mathesis universalis, che scoprendo e utilizzando regole universali per la combinazione di elementi di base sia in grado di garantire l’assoluta trasferibilità di ogni sapere» (Fulvio Carmagnola, La visibilità. Per un’estetica dei fenomeni complessi, Milano, Guerini e associati, 1989, p. 29).

[7] Cfr. Paolo Rossi, Clavis Universalis. Arti della memoria e logica combinatoria da Lullo a Leibniz, Bologna, Il Mulino, 1983.