La letteratura combinatoria

Caratteristiche reali

13 novembre 2009

Fin dall’inizio il campo di attuazione d’una combinatoria degli elementi primi del reale è stato identificato nel linguaggio, scelto come luogo rituale d’un accoppiamento originario tra le parole e le cose che confonde i limiti logici della combinatoria con quelli ontologici: il motivo non discende solo dalla costituzione metafisica, trascendente di questi primitivi, dal ricorso a princìpi teologici, quindi di natura linguistica, come forze di produzione ontologica; questo dualismo è infatti inerente alla stessa civiltà filosofica pre-secentesca, in cui il linguaggio non è ancora cosciente delle meccaniche della sua significatività, non ha ancora vissuto la scissione tra le parole e le cose di cui parla Foucault:

Nel suo essere grezzo e storico durante il XVI secolo il linguaggio non è un sistema arbitrario; è depositato nel mondo e nello stesso tempo ne fa parte poiché le cose stesse celano e manifestano il loro enigma sotto forma di linguaggio, e perché le parole si propongono agli uomini come cose da decifrare. La grande metafora del libro che viene aperto, compitato, e letto per conoscere la natura non costituisce che il rovescio visibile d’un’ulteriore traslazione, assai più profonda, la quale costringe il linguaggio a risiedere dalla parte del mondo, tra le piante, le erbe, le pietre, gli animali.[1]

Nella combinatoria la «indistinzione tra ciò che è veduto e ciò che è letto»[2] si manifesta invariabilmente, da Lullo in poi, come principio di contraddizione di ogni sistema combinatorio, oscillante di volta in volta tra le forme irriducibili della struttura del mondo e della struttura del linguaggio[3], modelli rispetto ai quali si pone come strumento neutro. A metà del Seicento il conflitto tra lo strumento combinatorio ed i singoli apparati teorici su cui si tenta inutilmente di applicarlo giunge ad una svolta, determinatasi proprio dal centro vivo dell’interesse linguistico per la combinatoria: poichè essa non sembra poter essere vestita da alcuna lingua precedente, sacra o adamitica, si pensa bene di cucirle addosso un abito filosofico che ne ricopra perfettamente le potenzialità; si tratta, fuor di metafora, della nuova ricerca di una lingua artificiale, adatta a realizzare un accordo totale tra espressione e contenuto (al contrario delle lingue naturali). Ciò dovrebbe realizzarsi tramite la costruzione d’una caratteristica reale: ogni parola di questa lingua dovrebbe essere non più un segno arbitrario che rinvia ad un referente definito da certe proprietà e caratteristiche, ma esprimere direttamente queste ultime, contenere già nel significante tutti i significati a cui rinvia per composizionalità mediante tratti primitivi. Leggere una parola significherebbe già entrare in possesso di tutte le nozioni che compongono l’oggetto a cui si riferisce. E’ ovvio che la costruzione di tale lingua presuppone una precedente descrizione esaustiva del mondo, sul doppio piano di una “grammatica delle idee” (articolata in una lista delle nozioni prime, irriducibili, e in una mappa delle sue articolazioni combinatorie in tutte le nozioni più complesse) e d’una enciclopedia del reale (una costruzione gerarchica del sapere, che ordini le cose in base alle loro proprietà).

In un brevissimo arco di tempo appaiono tre diversi tentativi di dare corpo ad una lingua così concepita: l’Ars signorum di George Dalgarno (1661), la Dissertatio de arte combinatoria di Leibniz (1666), l’Essay towards a Real Character, and a Philosophical Language di John Wilkins (1668). Se Wilkins riprende e sviluppa il programma di Dalgarno, successivo al 1670 è il suo rapporto con Leibniz, che aveva sviluppato del tutto autonomamente il suo progetto di ars combinatoria, che costituisce l’apice storico dello sviluppo teorico dei sistemi combinatori, e contemporaneamente ne determina l’impossibilità finale. Non ci soffermeremo su Dalgarno e Wilkins se non per evidenziare il modello combinatorio che sottostà ad entrambe le concezioni: quello della struttura ad albero, che Lullo aveva già prefigurato ma non realmente svolto. In realtà il loro progetto classificatorio preliminare si rifà più da vicino al modello medievale noto come “albero di Porfirio” (dall’Isagoge del neoplatonico Porfirio, II-III sec.): una classificazione per disgiunzioni binarie regolate da differenze che definiscono le derivazioni delle specie dai singoli generi. Ad esempio, rappresentando con le maiuscole i generi e le specie e con le minuscole le differenze:

albero di porfirio

I tratti composizionali che definiscono l’Uomo sono così «animale razionale mortale»[4]; Dalgarno e soprattutto Wilkins predispongono centinaia di tavole classificatorie, che rintracciano in tali differenze gli elementi primitivi di cui organizzano successivamente una Grammatica composizionale ed un sistema di pronuncia: ma essi sono semplici elementi tassonomici, non definiscono affatto le cose, ma le sistemano gerarchicamente in un albero di derivazioni; ovvero, nei termini di Eco, il piano designativo dei taxa non coincide con quello diagnostico (trasparente, autodefinitorio) della totalità dei tratti semantici d’un oggetto, che questi «progettisti di lingue a priori» si proponevano di inscrivere nei loro caratteri reali.

Il progetto di Wilkins, più completo ed interessante di quello dalgarniano, presta comunque il fianco a diverse perplessità: innanzitutto la struttura dicotomica è tradita in più parti; ma più grave appare la flessibilità dei tipi di opposizione che l’autore adotta per stabilire le differenze, censiti da Eco ed in definitiva risultanti da criteri empirici, che spesso mortificano le ragioni della natura per esigenze di simmetria, o all’opposto sbilanciano la quantità di ramificazioni localizzando generi corrispondenti a profondità molto diverse nello schema classificatorio.

In definitiva la forma enciclopedica presentata da questi sistemi depotenzia ancora una volta il libero sviluppo della combinatoria: la costruzione ad albero assume i caratteri di una gerarchia fissata dall’esterno, che seleziona e fissa ad hoc in ciascun caso i criteri che regolano le successioni delle ramificazioni, commisurandole ad una conoscenza esterna del mondo (prefigurata ed instabile, come hanno il coraggio di riconoscere gli autori).

Ma il discrimine che divarica definitivamente la combinatoria da ogni tipo di struttura ad albero è la necessità che sempre si riscontra in quest’ultima di ripetere una data differenza in ramificazioni diverse, dove appare sotto altre connotazioni; così viene meno il postulato di partenza che identificava un oggetto composto con la posizione fissa e immutabile nello schema enciclopedico: i concetti non sono unidimensionali così come li pretende la definizione tassonomica, ma proprio in quanto composti da tratti semantici diversi si riorganizzano in modo trasversale a seconda del criterio classificatorio che di volta in volta si sceglie. Eco nota perfettamente l’ipertestualità implicita del sistema wilkinsiano, dove l’arbitrarietà evidente dei criteri tassonomici sembra dover rinviare necessariamente alla pluralità delle classificazioni possibili, rappresentabile sullo schema delle derivazioni con un inestricabile reticolo di rimandi trasversali tra i concetti: è questa forma reticolare a rappresentare idealmente le possibilità di una combinatoria totale.


[1] Michel Foucault, Le parole e le cose, op. cit., p. 49 (miei i corsivi).

[2] id. , p. 53.

[3] Per Leibniz esisteva un’analogia tra l’ordine del mondo e quello dei simboli del linguaggio, concezione che, più che rinviare a precedenti sistemi teologici, sembra invece telescopicamente rapportabile alla posizione del primo Wittgenstein (Cfr. Tractatus 2.2 e 4.121), come spesso è stato notato.

[4] L’esempio è tratto da U. Eco, La ricerca della lingua perfetta…, op. cit., p. 243.