La letteratura combinatoria

Il lullismo

13 novembre 2009

Dalla metà del Quattrocento la combinatoria riprende vigore, ma solo per una riscoperta dell’opera di Lullo, che viene a diffondersi in Europa tramite i commenti di Cusano, Bessarione, Pico, Lefèvre d’Etaples, Bovillus e poi Lavinheta, Agrippa e Bruno[1]. Nell’intersecarsi d’interessi diversi che vengono a confluire in quest’improvviso fermento è arduo discernere linee di sviluppo coerenti o perlomeno abbastanza definite da proporsi come criteri di classificazione; tuttavia si può ricorrere in via approssimata alla vetusta distinzione tra una corrente “razionalistica” ed una “magica” del lullismo, entrambe operanti sul doppio versante delle connotazioni logico-simboliche e di quelle enciclopediche riferite al reale.

1) Le implicazioni cosmologiche dell’Ars cominciano ad essere interpretate in associazione ad un’esigenza enciclopedista con la quale viene a confrontarsi sempre più diffusamente il pensiero filosofico tra Cinque e Seicento:

Ad una adesione, o quanto meno ad una spiccata simpatia per il lullismo, corrisponde l’idea di un rapporto necessario fra la costruzione di un’arte indifferentemente applicabile a tutti i rami del sapere e la delineazione di un’immagine gerarchica e unitaria dell’universo.

[…] L’immagine lulliana dell’albero delle scienze, che verrà ripresa da Bacone e da Cartesio, sarà particolarmente fortunata , ma, soprattutto, agirà a lungo nel pensiero europeo l’aspirazione lulliana verso un corpus organico e unitario del sapere, verso una sistematica classificazione degli elementi della realtà. [2]

Ma alle restrizioni operate dall’universo chiuso della teologia lulliana si comincia a sostituire una concezione sempre più aperta della combinatoria, che ne restituisce la capacità inventiva consentendo finalmente un libero sviluppo degli elementi:

E’ con Agrippa che si intravede la prima possibilità di mutuare dalla Cabbala e dal lullismo congiunti la pura tecnica combinatoria delle lettere, e servirsene per costruire un’enciclopedia che fosse immagine non del cosmo finito medievale ma di un cosmo aperto e in espansione, o di diversi mondi possibili.[3]

Sullo stesso piano della restituzione alla combinatoria delle sue proprietà naturali si situa Valerio de Valeriis, per il quale l’ars insegna «a moltiplicare i concetti e gli argomenti quasi all’infinito… insegnando a mescolare le radici con le radici, le radici con le forme, gli alberi con gli alberi, e le regole con tutti questi e molti altri modi»[4].

Questa linea di sviluppo inciderà più profondamente nel Seicento, dove troverà sbocco nella ricerca leibniziana d’una characteristica universalis, che risolverà infine il dissidio tra la funzione logica e quella enciclopedica, tra convenzionalità e referenzialità dei simboli adoperati, che disgrega dall’interno queste forme combinatorie.

In quell’ideale pansofico che domina tutta la cultura del Seicento si insisterà da un lato sul necessario possesso dell’intero orbe intellettuale e dall’altro sulla conoscenza di una legge, di una chiave, di un linguaggio capace di permettere una diretta lettura dell’alfabeto impresso dal Creatore sulle cose.[5]

Proprio sulla funzione linguistica di alcuni sviluppi della combinatoria Eco si sofferma ampiamente, ad esempio analizzando l’influsso lulliano su Bruno (autore di un De lampade combinatoria lulliana[6] ed altri commenti all’ars), che nel De umbris idearum (1582) riprende in mano le ruote mobili dell’ars brevis utilizzandole per funzioni mnemotecniche: le lettere di ogni ruota concentrica sono associate ad immagini, in modo da produrre, ad esempio, attraverso la serie CROCITUS, l’immagine di Pilumno che avanza velocemente a dorso di un asino, con una benda al braccio e un pappagallo in testa[7].

2) Anche nella corrente magica i sentieri del lullismo si biforcano tra una direzione cabalistica, che privilegia la simbologia dell’ars, ed una direzione alchemica, che pretende di utilizzarne i principi come chiave per la trasmutazione delle proprietà fisiche dei metalli. In entrambe la dottrina originale lulliana viene deformata dalle intenzioni particolari dei suoi nuovi ermeneuti, piegata a letture improprie che ne travisano l’orizzonte teorico (cabalismo) o addirittura lo rovesciano, procedendo in ambiti esplicitamente negati dallo stesso Lullo (alchimia): se Lullo fosse stato ancora in vita avrebbe probabilmente affermato «io non sono lullista», plagiando anticipatamente Marx.

E’ Pico della Mirandola ad innescare il nuovo culto lulliano, riconoscendo nella sua Apologia (1487) le analogie tra la temurah cabalistica (che egli chiama revolutio alphabetaria) e la combinatoria lulliana (ars combinandi), che distingue però in certa misura dalla magia naturale suprema. Ma il cabalismo cristiano dei decenni successivi estremizza tale suggerimento, moltiplicando gli sforzi per leggere direttamente in Lullo ciò che non c’era e non poteva esserci: ecco allora apparire testi lulliani apocrifi, come il De auditu kabbalistico, ovvero una trascrizione dell’Ars brevis con sapienti interpolazioni cabalistiche, inserita nell’edizione Zetzner delle opere lulliane (1598), che probabilmente già circolava nel tardo Quattrocento e si ritrova nel 1518 a Venezia sotto il titolo di Opusculum Raimundicum[8]; ancora nel 1621 Pierre Morestel la riprende sotto il titolo di Artis kabbalisticae, sive sapientae divinae academia.

Questo presunto cabalismo di Lullo si basava, oltre che sulle analogie dell’ars con le tre procedure della Cabbala dei Nomi, sulla possibile identificazione delle sue nove lettere con lettere dell’alfabeto ebraico che significavano per i cabalisti nomi angelici e attributi divini. Adamo aveva nominato in origine le singole cose (in ebraico) tenendo conto degli influssi divini che si combinavano nelle loro proprietà, quindi «questi nomi contengono in sé le forze mirabili delle cose significate»[9]: alle parole ebraiche viene quindi attribuita nella tradizione cabalistica una forza capace di influire sugli eventi, e l’ars lulliana, in quanto regola di combinazione delle impronte divine nelle parole, può essere adattata allo scopo di rinvenire queste potenze occulte del linguaggio.

Probabilmente queste generiche consonanze teoriche possono essere integrate da motivazioni di carattere storico: il cabalismo cristiano, originato dalla diffusione in Europa degli ebrei in seguito alla loro espulsione dalla Spagna, restituita nel 1492 alla cristianità, manifesta spesso l’esigenza di “rivedere” la tradizione cabalistica di origine araba, anche mediante interpolazioni nei testi, in maniera da riscontrare in essi un supposto riconoscimento della divinità di Cristo: il ricorso all’ars lulliana, di origine cristiana, poteva allora significare per i cabalisti un’esenzione da questa manipolazione trans-teologica, la disponibilità di una macchina cabalistica già uniformata alla visione cristiana del mondo, ma contemporaneamente in grado di accogliere molte suggestioni extra-cristiane, come era effettivamente intenzione di Lullo[10].

Ancora più solida è l’incompatibilità dell’ars con i tentativi alchemici, corroborata dal deciso scetticismo che Lullo stesso manifestò verso la possibilità del rinvenimento d’una Pietra Filosofale. Tuttavia l’alchimia pseudo-lulliana[11] poteva comunque usufruire secondo la Yates di numerose maniglie nelle teorie del mistico catalano:

There is no doubt that Lull did not believe in the possibility of the transmutation of metals. He states this repeatedly in his works, and notably in the long and important passage on generation and corruption of metals in the Liber principiorum medicinae which shows that he had examined specimens of the alchemist’s art. That he did not write works on alchemy as he did on astrological medicine may well have been because he thought it a vain science, and not ethically important like medicine. Nevertheless the “pseudo-Lullian” alchemists – it may now be suggested – were not wrong in supposing that the Lullian notations and figures could be used for calculating elemental combinations.[12]

Per la Yates l’uso dei colori che Lullo adotta per designare gli elementi (riscontrabile nell’edizione Mainz delle opere lulliane) può avere stimolato il simbolismo alchemico, ma anche nel Tractatus novus de astronomia la combinatoria astrologica adottata riscontra in particolari congiunzioni degli astri una singolare «fortuna» accordata a questo tipo di attività. A prescindere da questi minuscoli appigli testuali, non stupisce che la pretesa dell’ars di evidenziare le connessioni tra le cose esistenti possa essere stata letta in chiave alchemica, dati anche i caratteri quasi sperimentali di proto-chimica che questa disciplina assume nel Rinascimento, ormai svuotata di gran parte delle originali connotazioni mistico-esoteriche.


[1] Cfr. l’analisi di questi apporti operata da Paolo Rossi, op. cit., pp. 63-102.

[2] id. , p. 71, p. 75.

[3] Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta…, op. cit. p. 143.

[4] Valerio De Valeriis, Opus aureum…, in Ramon Lull, Opera…, Strasburgo, op. cit., p. 971 (trad. cit. da Paolo Rossi, op. cit., p. 82).

[5] Paolo Rossi, op. cit., p. 75.

[6] Vedi in Ramon Lull, Opera…, Strasburgo, op. cit., pp. 681-734.

[7] L’interpretazione mnemotecnica (per cui la combinatoria delle immagini servirebbe a memorizzare serie di lettere) è di Rita Sturlese (Cfr. la sua Introduzione a Giordano Bruno, De umbris idearum, Firenze, Olschki, 1991), che si oppone a quella della Yates, per cui la combinatoria delle lettere servirebbe a memorizzare immagini da usare a scopi magici (Cfr. Frances Yates, L’illuminismo dei Rosa-Croce, Torino, Einaudi, 1982).

[8] Cfr. Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta…, op. cit., pp. 141-42.

[9] Cornelio Agrippa, De occulta philosophia (1510), I, 70.

[10] Sulle influenze arabe su Lullo cfr. la Yates, Lull and Bruno, op. cit., pp. 59-66.

[11] Sull’alchimia pseudo-lulliana tra XIV e XV secolo vedi F. Sherwood Taylor, The Alchemists, London, 1951.

[12] Frances Yates, Lull and Bruno, op. cit., p. 29.