La letteratura combinatoria

I discorsi equiprobabili

14 novembre 2009

Da questa lunga digressione sull’utilizzo queneauiano della rima ricaviamo un’idea più precisa dell’epistemologia che ne guida le scelte: non si tratta di prendere posizione per una tesi piuttosto che per la sua antitesi; al contrario, la tensione fra due poli è assunta come motore immaginativo, la loro giustapposizione è non solo conservata, ma salvaguardata mediante meccanismi di rovesciamento dei valori, sistemi di retroazione letterari che impediscono la formazione interna di una gerarchia:

La sua dialettica è quella del “terzo escluso”: tra un vero e un falso può esistere, non può essere esclusa, una terza possibilità, qualcosa che non sia né vero né falso, o che sia insieme vero e falso. «Quando enuncio un’asserzione mi accorgo immediatamente che l’asserzione contraria è più o meno altrettanto interessante»[1].

Ogni discorso queneauiano si costruisce sul percorrimento di un arduo filo logico, un barlume di ordine perseguito per la sua coerenza interna, non per il suo finale valore di verità, di cui nega in definitiva la stessa possibilità; l’attenzione riservata alle anomalie letterarie e filosofiche (a Charles Fourier, ad esempio, interesse osmoticamente travasato in Calvino[2]), il gusto del paradosso conseguente all’intensificazione logica, sono fenomeni che non negano la sua attitudine scientifica, ma al contrario ne esaltano il paradigma metodologico sottostante.

Il «radicale pessimismo gnoseologico»[3] si coniuga così alla sua vocazione di «esploratore d’universi immaginari»[4] per definire i presupposti filosofici della sua poetica: l’opera non contiene un discorso, un sapere da comunicare, ma si fonda come spazio di organizzazione di molteplici linee discorsive contrastanti, nessuna delle quali ha valore definitivo; in cosa consista questa molteplicità di discorsi, di saperi comunicabili, è presto detto: per Queneau il sapere è il metodo. La letteratura ha la funzione di organizzare in modo razionale la compresenza di questi discorsi equiprobabili, di confinarli in uno spazio che, preservandone l’identità, gestisca altresì le modalità della loro integrazione: è, in altre parole, ad una letteratura combinatoria che Queneau aspira.

Di questa forma di organizzazione d’una pluralità di discorsi (di saperi) la scrittura di Queneau costituisce il caso particolare in cui i saperi sono identificati con i metodi, le tecniche, le modalità discorsive. Del resto, anche Roussel rappresentava un differente sottoinsieme della nostra nozione: il meccanismo della combinatoria ripeteva instancabilmente la comunicazione di un unico sapere, quello occultato dall’autore stesso: il nascondimento del procedé è così da far derivare unicamente dall’esigenza di creare uno spazio, una tensione verso la sua comunicazione, che generava a sua volta il ben noto spazio narrativo della conception; un meccanismo fondato sul nulla faceva così girare a vuoto la caratteristica combinatoria dell’organizzazione di discorsi differenti.


[1] Goffredo Fofi, Postfazione a R. Queneau, Odile, op. cit., p. 136.

[2] Come esempio ulteriore della condotta queneauiana Calvino cita un saggio di Bords: «l’intento di Queneau è di dimostrare che Engels, quando metteva il “poema matematico” di Fourier sullo stesso piano del “poema dialettico” di Hegel era all’utopista che pensava e non al suo contemporaneo Joseph Fourier, matematico famoso. Dopo aver accumulato prove a sostegno di questa tesi, egli conclude che forse la sua dimostrazione non sta in piedi e che Engels parlava proprio di Joseph. Questo è un gesto tipico di Queneau, a cui non è la vittoria della sua tesi che sta a cuore, ma il riconoscere una logica e una coerenza nella costruzione più paradossale» (I. Calvino, La filosofia di Raymond Queneau, op. cit., S 1424).

[3] id., S 1421.

[4] id., S 1424.