Un giocattolo in meno oggi per un lavoro in più domani

La Mattel non ha digerito la vernice al piombo dei suoi giocattoli, ed è passata all’attacco dei suoi fornitori cinesi.

Paolo legge nella vicenda una strumentalizzazione in prospettiva anti-cinese, domandandosi a chi giovi.
Io non fatico a credere in ipotetiche campagne di opinione per provocare accelerazioni alla normalizzazione degli standard di lavoro asiatici.
Il sistema di welfare americano mi sembra basato sul fatto che alla bassa copertura di servizi di base corrisponda una vasta disponibilità di posti di lavoro, per consentire a un’ampia fascia di popolazione di pagarsi quei servizi. Se le aziende spostano (come stanno facendo in massa) la produzione fuori dagli USA il sistema entra in crisi, e ad un certo punto qualcuno si troverà costretto, per mantenere il consenso politico, ad ampliare la copertura sanitaria, ripensando la struttura economica secondo una concezione “europea”.
Insomma, sta diventando ragion di stato frenare la delocalizzazione galoppante, facendo in modo che la Cina elevi il livello di qualità (e quindi i costi di produzione) e rispetti i diritti dei lavoratori garantiti nei paesi occidentali, per invertire la tendenza. Il quadro geoeconomico torna.
Per noi ancora di più, che non essendo più competitivi per qualità proviamo ad esserlo con il taglio dei costi (che non si può più fare la svalutazione competitiva, unica manifestazione del genius italicus nel secolo breve appena passato).

Traducendo in concreto questo universale afflato macroeconomico Nicola ha deciso di attuare un boicottaggio nei confronti dei prodotti della Mattel, responsabile di sfruttamento dei lavoratori e minaccia alla salute dei bambini. In realtà, privare i figli di quei giocattoli sembra piuttosto oggi l’unico mezzo disponibile per non ritrovarceli dentro casa fino ai cinquant’anni.

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